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Augusto Barbera - Conferenza -
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Augusto Barbera - Conferenza -
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Le contestazioni no-global

Sono presenti critiche di segno diverso .Vi è chi parla di cedimento europeo alla “ideologia liberista della globalizzazione”, un grimaldello in grado di indebolire la fisionomia sociale delle più avanzate costituzioni europee, in particolare della stessa Costituzione italiana :è la posizione di quanti reduci da raduni no-global e convenendo da tutta Europa manifestarono a Nizza nel dicembre 2000, ma che -certo in forme e modi più moderati - si ritrova presente anche nelle posizioni di taluni costituzionalisti italiani che da sempre guardano con diffidenza all’impatto dell’Europa sulla Costituzione italiana.Viene messo in rilievo , ad esempio, che nella Carta si parla di “diritto di lavorare” e non, come nella Costituzione italiana, di “diritto al lavoro”; che meno pregnante , rispetto alla Costituzione italiana,è il riferimento all’eguaglianza ; che si parli di “libertà di impresa” senza indicare limiti alla stessa ; che non venga menzionata la funzione sociale della proprietà; che sono indicati limiti alle libertà non previsti nella Carta italiana. Si tratta tuttavia di obiezioni non sempre pertinenti. E’ vero che non sono indicati i limiti alle libertà di impresa nello stesso articolo che individua tale diritto ma è anche vero che sono ricavabili limiti alla stessa in altra parte della Carta con riferimento a valori quali la “dignità della persona” , lo “sviluppo sostenibile”, l’“ambiente” prima classificati solo come meri obbiettivi dell’Unione . E’ vero che non viene marcata la funzione sociale della proprietà ma è non meno importante avere messo “fuori mercato” il corpo umano , l’istruzione obbligatoria, i servizi di collocamento . E’ vero che è povera la formula della uguaglianza ma è anche vero che varie disposizioni recuperano alcuni contenuti tipici di tale principio.Ma soprattutto – questo è un punto da sottolineare - per la prima volta in una Carta internazionale i diritti sociali sono tutelati accanto a quelli civili .Può dirsi sotto questo profilo che con la Carta si afferma finalmente un “modello sociale europeo”. Dopo la Carta comunitaria dei diritti sociali adottata dal Consiglio europeo di Strasburgo del 1989 ,dopo le numerose direttive su singoli diritti e obbiettivi sociali, seguendo una “logica incrementale”, si arricchisce il catalogo dei diritti sociali con il riferimento al “diritto ad una vita dignitosa ed indipendente “ (in cui si può leggere un possibile fondamento per il salario minimo) ; il riferimento ai diritti di soggetti (minori/disabili/generazioni future/lavoratori stranieri) spesso ai margini delle costituzioni europee e la lotta all’esclusione sociale ; il riconoscimento del “diritto dei lavoratori alla informazione e alla consultazione nell’ambito dell’impresa” ; l’accesso gratuito ai servizi di collocamento ; il “diritto alla tutela contro ogni licenziamento ingiustificato” , mai oggetto, finora, di proclamazioni in una qualsiasi Carta di diritti.

Tutti diritti espressamente estesi, peraltro, ai lavoratori dei paesi terzi autorizzati a lavorare nel territorio degli Stati membri.

Ancora meno convincente la critica di alcuni ambienti pacifisti per la mancata inclusione nella Costituzione europea di una norma analoga a quella prevista nell’art. .11 della Costituzione italiana sul “ripudio della guerra”. Sarebbe stato indubbiamente utile un simile inserimento ma l’assenza di tale richiamo è poca cosa rispetto al grande valore della costruzione di una organizzazione sovranazionale che mette insieme Paesi prima divisi dalle tragedie del secondo conflitto mondiale poi divisi dalla cortina di ferro e dalla guerra fredda e decisi adesso a condividere “un futuro di pace fondato su valori comuni”(come detto nel preambolo della Carta).

I timori del costituzionalismo autarchico

Ma anche in una parte della dottrina si guarda con diffidenza all’impianto della Carta. C’è il tema dei limiti apponibili ai diritti, ritenuti da una parte della dottrina evanescenti e in grado di aprire varchi pericolosi. La Carta ha optato in linea di tendenza per una clausola limitativa generale , discutibile ma non estranea alle tendenze del costituzionalismo contemporaneo (basti pensare alla tanto celebrata Costituzione del Sudafrica del 1996 e alla stessa Costituzione tedesca).In forza dell’art.II 52 le limitazioni ai diritti tutelati devono : essere previste dalla legge ; essere dettate da effettive finalità di interesse generale “riconosciute dall’Unione” o dall’esigenza di proteggere i diritti e le libertà altrui; rispettare il principio di proporzionalità ; rispettare il contenuto essenziale dei diritti e delle libertà; essere comunque di stretta interpretazione (art.II 54).

Si tratta nel complesso – è vero - di limiti che lasciano un margine non indifferente di discrezionalità ai legislatori e ai giudici , soprattutto allorché bisogna operare un “bilanciamento fra libertà”, ma non va trascurato che si tratta di limiti che raffrontate alle tradizioni di altri Paesi sono da considerarsi sufficientemente rigorosi e che inoltre – per quanto riguarda i riflessi sul nostro Paese – va ricordato che la Carta fa riferimento a principi avanzati che la giurisprudenza costituzionale italiana ha dovuto conquistare a fatica ( per esempio il divieto di incidere sul “contenuto essenziale dei diritti”, o il rispetto del “principio di proporzionalità” nell’imposizione di limiti) .

Del resto è proprio dei diritti dell’epoca della “globalizzazione “ un livello “soft” di prescrizione, tale da consentire la penetrazione e diffusione degli stessi .Preoccupa di più, se mai, il riferimento , chiaramente di ispirazione tedesca ed estraneo alle altre tradizioni europee, che tende a “proteggere” il sistema delle libertà attraverso il “divieto dell’abuso del diritto” (art. II 54). Si tratta di una forma di “protezione delle libertà” coerente con la impostazione del costituzionalismo tedesco ma estraneo alle tradizioni degli altri costituzionalismi.

In ogni caso, a quanti temono una regressione rispetto al catalogo italiano e cedono alle suggestioni di un “costituzionalismo autarchico” può essere ricordato che l’ art. II 53 fa salvi i diritti tutelati nelle Costituzioni nazionali, facendo della Carta una risorsa in più , lasciando sussistere diverse forme di tutela e diversi standard di tutela . Applicando il principio della “miglior tutela” la norma in esso contenuta afferma che “nessuna disposizione della presente Carta deve essere interpretata come limitativa o lesiva dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali riconosciuti , nel rispettivo ambito di applicazione…dalle Costituzioni degli Stati membri”. Nessun atto di autorità nazionale potrà dunque dirsi esentato dai limiti che la Costituzione nazionale introduce a difesa delle libertà dei propri cittadini. Nessun timore, dunque, per quanto riguarda gli standard di tutela garantiti dalla Costituzione italiana . Anzi può essere ribaltato il punto di vista di chi teme di impoverire il catalogo italiano .La Carta – lo sappiamo – si applica agli Stati membri , in base all’art.II 51,esclusivamente nell’applicazione del diritto europeo ( secondo il collaudato principio della “incorporation”) però va considerato che la giurisprudenza della Corte costituzionale italiana ha ampiamente utilizzato le più significative dichiarazioni internazionali dei diritti ( e si potrebbe ricordare la stessa giurisprudenza della Corte costituzionale in materia referendaria che ha esteso al massimo l’”incorporation” del diritto europeo). Non è fuori luogo , io credo, richiamare in proposito (nonostante le clausole frenanti contenute nell’art.II 52 della Carta) il precedente Usa che nel 1865 grazie alla clausola del “due process of Law” riuscì ad imporre l’osservanza del “Bill of Rights”del 1791 al diritto interno ai singoli Stati : il livello di tutela dei diritti ne uscì rafforzato in tutta l’Unione senza imporre sacrifici significativi alla Virginia o agli altri Stati più liberali


 

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